Quando, intorno alla metà del Quattrocento, Johannes Gutenberg mise a punto in Europa un sistema efficiente di stampa a caratteri mobili, non ci furono notifiche sugli smartphone né dirette video. La notizia viaggiò a piedi, a cavallo e per nave, insieme agli artigiani capaci di costruire e usare i torchi, ai mercanti che trasportavano i libri e alle poche persone che potevano permetterseli e, soprattutto, sapevano leggerli.
La Bibbia di Gutenberg venne completata intorno al 1455. Meno di cinquant’anni dopo la stampa era arrivata in più di duecento città europee: i cataloghi storici censiscono circa 30.000 edizioni realizzate in quel periodo, per una produzione complessiva stimata dagli studiosi vicina ai 20 milioni di copie. Per una società in cui i libri si copiavano ancora a mano fu un’accelerazione vertiginosa, destinata a cambiare la circolazione delle idee, la religione, la scienza, l’istruzione e il potere politico.
Ora facciamo un salto di quasi sei secoli. ChatGPT di OpenAI è stato aperto al pubblico il 30 novembre 2022. Due mesi dopo, secondo una stima di UBS ripresa da Reuters, lo avevano già usato 100 milioni di utenti attivi mensili. Non sono serviti decenni, botteghe o reti di distribuzione: sono bastati una connessione a Internet, un dispositivo qualsiasi e una casella in cui scrivere una domanda. E quei numeri, visti da oggi, sembrano già preistoria: ChatGPT ha superato il miliardo di utenti ogni settimana, mentre Gemini, l’IA di Google, sfiora il miliardo ogni mese.
Il paragone va maneggiato con cura: venti milioni di libri non sono venti milioni di lettori, e cento milioni di account non sono cento milioni di persone che hanno capito una tecnologia. Ma messi uno accanto all’altro, questi numeri rendono visibile, quasi fisicamente, una differenza di velocità che non ha precedenti. Alla stampa servì quasi mezzo secolo per costruire una rete europea; a un sistema di intelligenza artificiale generativa sono bastate poche settimane per entrare nelle case, nelle scuole e negli uffici di buona parte della popolazione connessa.
Ed è forse questa la vera particolarità del nostro tempo: abbiamo adottato l’intelligenza artificiale prima ancora di capire che cosa fosse.
Una tecnologia arrivata senza il suo manuale culturale
Le grandi innovazioni del passato dovevano superare una lunga serie di ostacoli materiali: per diffondersi, la stampa aveva bisogno di torchi, carta, tipografie, capitali e un pubblico che sapesse leggere. L’intelligenza artificiale generativa, invece, ha trovato la tavola già apparecchiata: Internet, il cloud e gli smartphone. E la sua interfaccia non richiedeva quasi nessun apprendimento, perché assomigliava a qualcosa che conoscevamo benissimo: una chat in cui scrivere come scriveremmo a un collega o a un amico.
Questa semplicità è stata il suo più grande acceleratore. Ma ha prodotto anche un equivoco: se uno strumento è facile da avviare, ci convinciamo che sia altrettanto facile usarlo bene. Tra provare una tecnologia e comprenderla, invece, c’è una distanza enorme. Così milioni di persone hanno cominciato a chiedere all’IA di scrivere testi, riassumere documenti, tradurre o programmare, senza sapere come funzionano i sistemi che stanno usando, quali errori possono commettere o che fine fanno i dati riservati che ci incolliamo dentro.
È come se nel Quattrocento milioni di persone avessero ricevuto in casa, dall’oggi al domani, un torchio tipografico, senza che nessuno avesse avuto il tempo di discutere chi potesse stampare, che cosa fosse affidabile e quali nuovi poteri sarebbero nati dal controllo della produzione. L’adozione tecnica è stata quasi istantanea. Quella consapevole è appena cominciata.
Questo scarto lo vedo ogni settimana con i miei occhi. Per lavoro accompagno le aziende che vogliono usare l’intelligenza artificiale nei propri processi e tengo corsi di informatica, marketing, comunicazione e IA. E ho perso il conto dei clienti che ho visto fidarsi ciecamente delle risposte di un chatbot, salvo poi essere smontati dall’esperienza sul campo: il documento che sembrava perfetto e conteneva l’errore che chiunque del mestiere avrebbe notato, la strategia impeccabile sulla carta che non stava in piedi davanti al primo cliente reale.
Una rubrica per andare oltre la velocità
È esattamente in questo spazio che nasce «Dentro l’IA»: una rubrica per chi vuole capire l’intelligenza artificiale senza doversi trasformare in uno specialista, ma anche senza accontentarsi delle descrizioni superficiali, degli entusiasmi pubblicitari o delle profezie catastrofiche.
La velocità dell’adozione non va confusa con la maturità della tecnologia, e nemmeno con la nostra capacità di governarla. Possiamo avere accesso allo strumento senza capirne il funzionamento, usarlo ogni giorno senza conoscerne i limiti, introdurlo in un’organizzazione senza aver deciso chi debba controllarne i risultati.
Racconteremo le novità distinguendo i progressi reali dalle promesse pubblicitarie, metteremo alla prova gli strumenti, smonteremo i falsi miti e tradurremo i concetti tecnici senza svuotarli del loro significato. Parleremo di modelli, dati, algoritmi, agenti e automazioni, ma anche di scuola, professioni, creatività, informazione, diritti, responsabilità e impatto ambientale. Perché l’intelligenza artificiale non è più soltanto un argomento per informatici: è una questione economica, culturale e politica che riguarda già tutti noi.
La stampa rese enormemente più facile riprodurre le parole, ma non decise mai quali idee meritassero di essere diffuse. L’intelligenza artificiale rende più facile produrre contenuti, analizzare informazioni e automatizzare attività, ma non può stabilire da sola quali obiettivi valga la pena perseguire. Quella decisione, almeno per ora, spetta ancora a noi.
Nel prossimo articolo entreremo dentro la macchina: che cosa c’è davvero dietro un chatbot, perché a volte inventa le risposte con grande sicurezza e che cosa sta cambiando davvero nel mondo del lavoro.
