In una piccola isola, poco più grande di uno scoglio, c’è un gruppo di custodi in giallo che a turno vegliano su quello che Madre Natura ha costruito. Custodi di nuove vite, si assicurano giorno dopo giorno, notte dopo notte, che ogni piccola tartaruga arrivi all’acqua sana e salva. Custodi di quelle prime, e forse ultime, tracce di pinne sulla sabbia.
Era il 20 marzo 2026. Alle otto in punto del mattino ero, come al solito, già al computer, a portare avanti con spirito e lucidità i miei progetti. Arriva una mail nella mia casella di posta. È Rossella di Legambiente che mi scrive: “Ciao Stefano, spoiler: questa non è la solita estate”. Cazzo se aveva ragione, ma io ancora non lo sapevo. Nella mail scrive che i campi di volontariato estivi sono online. Ok, interessante: vediamo di più... Si parla di Tolentino nelle Marche, della Valle dei Templi ad Agrigento, di andare in barca a vela all’isola d’Elba. Tutto bellissimo, ma poi leggo: “A Lampedusa puoi vivere un’esperienza che non si dimentica”. E io chi sono per tirarmi indietro? Clicco sul pulsante, si apre la pagina di iscrizione e procedo. Alle 15:32 mi arriva la conferma: “Ciao Stefano, hai effettuato la prenotazione per il progetto di volontariato Lampedusa, l'isola delle Tartarughe, dal 31-07-2026 al 09-08-2026 con il codice identificativo Vol07”. Perfetto: da buon organizzatore e maniaco del controllo, prenoto il volo, segno tutto sul calendario e compro l’occorrente: torcia rossa, sacco a pelo leggero. Ci vediamo a fine luglio, per la prima volta, nel punto più a sud d’Italia.
Non sapevo ancora con precisione che cosa stessi cercando, ma sentivo che era arrivato il momento di fare un’esperienza così. In quella fase della mia vita ero pronto a mettermi in gioco, a conoscere persone e luoghi nuovi e a scoprire il volontariato non soltanto da fuori, ma vivendolo in prima persona.
I mesi scorrono veloci, tra impegni e progetti. La data di partenza si avvicina e nel frattempo comincio a conoscere meglio l’isola. Lampedusa è molto più vicina all’Africa che alla Sicilia: una terra di appena venti chilometri quadrati, con la costa settentrionale alta e scoscesa e quella meridionale che degrada verso spiagge e cale sabbiose. Mi colpisce soprattutto scoprire quanto sia protetta: dal 1996 gran parte della costa meridionale è Riserva Naturale, affidata a Legambiente Sicilia, e dal 2002 esiste anche l’Area Marina Protetta Isole Pelagie. È un territorio piccolo e fragile, a terra e in mare, e comincio a capire perché ogni presenza debba trovare un equilibrio con ciò che lo circonda.
Il 31 luglio si parte presto: treno da Piadena alle sette del mattino, con cambio a Milano Centrale, per raggiungere il terminal meneghino prima delle dieci. L’aereo parte soltanto alle tredici. L’A321neo, comodo e colorato, decolla e dal finestrino mi mostra subito il parco del Seveso, il Monferrato, la costa ligure di cui riconosco subito Lerici, l’isola d’Elba e poi solo mare. Poi sorvoliamo alcune isole: scoprirò in seguito che si tratta di Favignana, Pantelleria e infine Linosa, prima di avvistare, finalmente, Lampedusa.
Durante l’atterraggio l’isola sembra davvero poco più di un brullo scoglio. Uscendo dall’“aeroporto”, grande poco più della palestra della scuola primaria del mio comune, vedo subito la Pandina verde della riserva con la scritta in giallo “Regione Siciliana” e Sofia, vice-coordinatrice del campo, che mi accoglie con entusiasmo. Ci sono anche altre componenti del campo e insieme ci avviamo verso quella che sarà la nostra casa per i successivi dieci giorni. Il viaggio in auto ci permette di vedere anche qualche via del centro, che non è troppo diverso da quel poco che ho visto della Sicilia: case basse, tetti non spioventi, balconi e quel disordine caratteristico che sa di luogo vissuto e calore umano. Dopo aver conosciuto il resto del gruppo e la coordinatrice Emma, raggiungiamo la sede della Riserva Naturale Isola di Lampedusa. Qui Elena, la biologa responsabile, e Gerry, che fa parte del personale della Riserva, ci raccontano la storia e le caratteristiche dell’area protetta e ci introducono alla biologia di Caretta caretta. È in quel momento che capiamo davvero che cosa ci aspetta: la spiaggia dei Conigli non è soltanto un luogo bellissimo e molto frequentato, ma anche un sito di ovodeposizione di una specie rara e minacciata. Il nostro compito sarà aiutare a mantenere le condizioni adatte alla deposizione e alla schiusa delle uova, limitando per quanto possibile l’impatto delle persone sulla spiaggia.
Ci spiegano che alterneremo turni diurni e notturni. Di giorno sorveglieremo i nidi, faremo divulgazione, ricorderemo ai bagnanti le regole della Riserva e ci occuperemo della pulizia manuale della spiaggia. All’occorrenza daremo una mano anche all’info point e nella gestione degli ingressi. Di notte, invece, resteremo in spiaggia per controllare i nidi durante il periodo della schiusa.
Dal 2021 gli accessi alla spiaggia dei Conigli sono contingentati, proprio per proteggere un ambiente tanto delicato dalla pressione del turismo di massa. Ci sono un turno mattutino e uno pomeridiano, e anche noi volontari contribuiremo a gestire l’ingresso e l’uscita dei visitatori. La vita di campo, naturalmente, comprende anche cose molto concrete: a turno prepareremo i pasti e puliremo l’alloggio.
Il mio primo turno è il giorno successivo, nel pomeriggio. La sera mangiamo in casa qualcosa che ha preparato il gruppo che ci ha preceduto. La mattina successiva facciamo una puntata alla Guitgia (una spiaggia vicina). Alle 13 in punto si parte con il Pandino verso la spiaggia dei Conigli. A Lampedusa dimentichiamoci dell’aria condizionata, delle porte d’ingresso chiuse, delle portiere che si chiudono, dei finestrini che si alzano e delle cinture allacciate. Non è cosa. Arrivati al checkpoint d’ingresso, vediamo già le persone in fila per il turno delle 14.30. Notano noi “maglie gialle”, con in bella vista il simbolo di Legambiente, un cigno verde, e sulla schiena la scritta, un po’ ottimista: “TUTTO PUÒ CAMBIARE”. Gli astanti sono un po’ accigliati nel vederci entrare indisturbati, ma presto capiscono che siamo “del mestiere”. Salvo poi rimanere tutti sbalorditi quando scoprono che siamo tutti volontari (noi maglie gialle almeno).
Gerry mi chiede di rimanere al checkpoint superiore per dare una mano con gli ingressi. Facciamo procedere verso il checkpoint una decina di persone alla volta, prima i prenotati e poi i last minute. Massimo 550 persone per turno, di cui 465 prenotabili online, il resto in coda a “tentar fortuna”. Poi corro giù per l’accoglienza. All’ingresso spieghiamo che la spiaggia si trova nella Riserva e il mare nell’Area Marina Protetta. In teoria non dovremmo nemmeno essere lì, se non grazie a una deroga. Non bisogna fumare, nemmeno la sigaretta elettronica; non si usano materassini gonfiabili, non si gioca a palla o a racchettoni, niente armi da fuoco, niente pesca, niente musica ad alto volume, non si dà da mangiare ai pesci, niente sdraio e non si oltrepassano le corde di delimitazione o le boe. “Già tanto che vi consentiamo di respirare…”, a volte scherzo con qualcuno. C’è la zona con gli ombrelloni e quella senza, ed è categorico rispettare questa distinzione. “Vi aspettiamo ai nidi”. Neanche a dirlo, passano tutti e chiedono: “Ma quando nascono le tartarughe?”. “Possiamo vederle?”. “Veniamo con voi questa notte!”. C’è magia in quella spiaggia e tutti vorrebbero provarla.
Ma prima di arrivare giù in spiaggia c’è il sentiero, circa 10 minuti per i più veloci. Prima dell’ultima discesa si passa dal punto panoramico ed è lì che si capisce di essere davanti alla meraviglia di Madre Natura. Quando ti affacci per la prima volta su quell’istmo è impossibile non avere i brividi, si rimane semplicemente senza parole.
Il turno passa veloce, si richiamano con gentilezza i pochi trasgressori, qualcuno per il materassino e più di uno per quelle sigarette elettroniche che puzzano di… avete capito! La parte più bella è fare divulgazione ai nidi, rispondere alle domande di tutte quelle persone super curiose e affascinate. A un certo punto qualcuno chiede: “Siete biologi, vero? Quanti anni avete studiato per sapere tutte queste cose?”. E la risposta: “Ho studiato informatica, in realtà, ma sono stato attento ieri sera alle due ore di formazione. Ho ancora buona memoria, dai!” (Grazie ancora Elena e Gerry).
Verso le 18.45 iniziamo la pulizia della spiaggia, le persone vedono le maglie gialle muoversi sulla spiaggia e capiscono che il tempo a disposizione sta per finire; qualcuno si avvia spontaneamente verso la riva. I più temerari vengono invitati a uscire dall’acqua alle 19. La salita è impegnativa per i meno allenati e alle 19.30 bisogna chiudere, ma riusciamo quasi sempre a essere puntuali (salvo qualche ultima foto di rito al punto panoramico).
Il turno del mattino non è molto diverso; sicuramente la spiaggia è più godibile, grazie alla temperatura più contenuta. Di pomeriggio fa molto caldo. Quello che è completamente diverso è il turno notturno. Si scende per ultimi, quando tutti sono già saliti. Si gode della luce del tramonto al punto panoramico, con la luce che si infiamma dietro al promontorio che nasconde Cala Pulcino. Aspettiamo la Jeep di Enzo, anche lui parte del personale della Riserva. Insieme affrontiamo l’ultimo tratto di discesa, aiutandoci a portare giù il materiale, e montiamo il campo: le tende, la zona per la cena e, soprattutto, quella dedicata alla rilevazione dei dati biometrici delle nostre amate tartarughine Caretta caretta. Qui si rilevano il peso, la lunghezza, la larghezza e altri dati relativi al carapace, che vengono poi inviati all’ISPRA per fini statistici.
Con gli ultimi bagliori di luce si cena in compagnia, schiscetta e Peroni. Poi ci sdraiamo a guardare le stelle, la Via Lattea e a contare le stelle cadenti. La luce della boa che delimita l’area marina pulsa dal 2002, ogni cinque secondi, scandendo il passare del tempo, mentre lì sembra essersi fermato. La giornata è stata impegnativa, ma è impossibile andare a dormire prima delle quattro, in compagnia del cielo e delle chiacchiere con gli altri volontari. Siamo lì dove tutti vorrebbero essere: è un privilegio riservato ai volontari, insieme al dovere di controllare i nidi ogni venti minuti. L’attesa è lunga, ma a mezzanotte, puntuali come un orologio, ecco che qualcosa si muove nell’ombra. Accendo la mia luce rossa (utile per non accecare le piccole corazzate) e illumino la protezione posta sopra il nido. Il nido è sepolto a diversi centimetri sotto la sabbia, ma una protezione di plastica delimita la zona ed evita che le tartarughe si disperdano, tra i turisti di giorno o tra i granchi fantasma di notte. Dentro la protezione brulicano le tartarughine Caretta caretta. Rimango qualche secondo per vedere, per la prima volta, la nascita di una nuova vita marina. Poi corro a chiamare Ludovica, la biologa che era in turno con noi. Delicatamente, armata di guanti sterili, prende le 18 nuove nate e le mette in una bacinella di plastica, precedentemente riempita di sabbia. Portiamo tutto alla stazione di misurazione. Una volta presi i dati biometrici, arriva il momento di lasciarle in libertà. Controlliamo la battigia, sempre con la luce rossa, e allontaniamo i granchi fantasma, pronti a banchettare. E poi ecco che pinnata dopo pinnata, le piccoline vanno spontaneamente verso il mare, seguendo la declinazione naturale della spiaggia, il rumore delle onde e la luce della luna che ormai si riflette sulla superficie del Mediterraneo. Una alla volta prendono il mare, aspettando dolcemente l’onda giusta che le porterà al largo. Tra quelle diciotto ci sono probabilmente sia maschi che femmine, per i maschi è stata una breve esperienza sulla terraferma: non toccheranno più terra, la loro vita sarà per sempre in mezzo alle onde. Alle femmine invece è riservato il lavoro più duro, dopo venti/trent’anni saranno abbastanza grandi da poter deporre le uova. Questi esemplari, che raggiungeranno un peso massimo di 180 kg, torneranno sulle spiagge sabbiose, una volta all’anno, per deporre un centinaio di uova. Scavano un nido profondo, depongono le uova e, coprendo la buca, chiedono alla spiaggia e al sole di covare per loro per cinquanta o sessanta giorni. Una piccola promessa che funziona, fino al momento della schiusa, quando noi “custodi in giallo” vegliamo su quelle prime, e forse ultime, piccole tracce di pinne sulla sabbia.
La notte passa veloce e il bagliore dell’alba inizia a infuocare il cielo a levante. A turno controlliamo i nidi, ma per quella notte è tutto. Qualcuno riesce a riposare. Io riesco a dormire un paio d’ore, fino alle sei. Poi Madre Natura ci sorprende ancora. In mezzo alla sabbia, nel lato opposto della spiaggia, vediamo la caratteristica “traccia”. Un bestione è venuto durante la notte senza che nessuno se ne accorgesse e ha deposto un nido, il quattordicesimo. Era la notte tra il 2 e il 3 agosto. Purtroppo la zona non è ideale: è troppo vicina all’acqua e si trova in mezzo all’area degli ombrelloni, con il rischio che l’ombra comprometta la schiusa delle uova. Elena scende insieme a Peppino. Si capisce subito che il trasferimento è imprescindibile. Ma prima bisogna trovare il nido. Dopo aver deposto, le Caretta caretta camuffano bene le tracce. Le biologhe e il personale della Riserva tastano delicatamente il terreno, togliendo forse un centimetro di sabbia alla volta e sfiorandolo con mano leggera per cercare il punto esatto. Finalmente il nido viene trovato e le cinquantasei uova vengono spostate in una zona migliore della spiaggia dei conigli. Lì il nido viene ricreato con le stesse dimensioni, la stessa forma e la stessa profondità, per replicare ciò che la tartaruga ha creato. L’appuntamento per la schiusa è ora per ottobre.
Noi volontari iniziamo lentamente ad affrontare la salita. Il nostro turno è finito, ma abbiamo appena vissuto la nottata più speciale della nostra vita: emozione, adrenalina e un profondo senso di connessione con il nostro pianeta e con il ciclo che va avanti da milioni di anni. Ora siamo noi a dover proteggere questo ciclo vitale, principalmente da noi stessi.
Il gruppo di volontari diventa sempre più affiatato. Ci conosciamo e impariamo a stare bene insieme: c’è chi ride, chi abbraccia, chi cucina, chi sorride e chi fa scherzi. Gli aperitivi, le cene in compagnia e le risate si alternano ai piccoli imprevisti della vita condivisa: qualcuno russa, qualcun altro si salva con i tappi per le orecchie. Un giorno finisce l’acqua su tutta l’isola e ci arrangiamo con le salviettine umidificate. In spiaggia, in piena notte, intanto, anche i granchi sembrano divertirsi a farci qualche scherzo. Sono inconvenienti che sul momento complicano le cose e poco dopo diventano storie da raccontare ridendo.
La vita di campo è lavoro, ma è anche stare insieme, esplorare le altre zone dell’isola, uscire in barca, bere un Negroni al tramonto; qualcuno riesce perfino a esplorare Linosa, l’altra isola dello stesso comune, anche se geograficamente le due isole si trovano in due continenti diversi.
L’ultima sera si mangia una pizza tutti insieme all’ingresso della riserva. La mattina successiva è il giorno delle partenze. Non sono di turno, ma ho già preparato tutto per partire. Arrivo al checkpoint prima dell’apertura e saluto tutte le meravigliose persone che fanno parte del personale della Riserva: biologi, addetti alla biglietteria e collaboratori.
Scendo poco prima dell’apertura e faccio un’oretta di accoglienza, una parte fondamentale per ottenere la collaborazione dei visitatori. Dopo aver ripetuto le regole e dato il benvenuto alle 550 persone in ingresso, facciamo ancora un rapido giro di controllo. Le ragazze di turno quella mattina mi ringraziano di cuore per aver dato loro una mano. È il momento di fare un piccolo bagno in quel mare cristallino e poi salutare, almeno per adesso, quella spiaggia.
Dopo la salita torno a casa per prendere la valigia e aspettare Enzo, che mi porterà all’aeroporto con la Jeep. Arriva il momento di salutare gli altri volontari e i coordinatori del campo. È un passaggio toccante, ma ognuno lo vive a modo proprio, con le proprie emozioni e i propri tempi. Qualcuno si commuove, altri affidano tutto a un abbraccio o a poche parole.
Il campo dura dieci giorni. I custodi in giallo cambiano, periodo dopo periodo, ma sono accomunati da una cosa: lasciano una parte del proprio cuore su quella spiaggia, in attesa di ritrovarla l’anno successivo. Arrivano per la prima volta in una realtà sconosciuta, fatta di sconosciuti, ma quando ripartono sanno di aver lasciato lì una seconda famiglia e una parte di sé. Solo lì saranno capaci di ritrovarla.
Io torno a casa con la voglia di fare ancora volontariato e con il desiderio di tornare proprio in quel campo. Mi sento più vicino alle persone e meno timido nei confronti del mondo, un po’ più pronto a incontrarlo invece di guardarlo da lontano.
Un grazie speciale a Legambiente, alle coordinatrici Emma e Sofia, alle biologhe marine Elena e Ludovica, al personale della Riserva — Enzo, Gerry e Peppino — e alle volontarie Anna, Bakhita, Cristiana, le due Francesca, Giorgia, Ilaria, Linda, Maria, Patrizia, Rebecca, Ruth e Valentina.
Per conoscere e scegliere i campi di volontariato: il portale del volontariato di Legambiente.
